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Studente e praticante giornalista all'università Lumsa di Roma.

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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicita'. Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
29/08/2008

Work in progress



Giuro che appena ho tempo posterò tutti i miei articoli olimpici più quelli che sto scrivendo di nuovo agli esteri, più foto e clip sfiziose dall'esilio monzese-meneghino. Risparmiatevi commenti del tipo "e chissenefrega", "ma come facevamo prima", "non potevamo vivere senza", "e ar popolo?"...

postato da: ilario82 alle ore 22:44 | link | commenti (3)
categorie: milano, stage
06/08/2008

Agli atleti dico: mangiate cinese

La mensa del villaggio olimpico proporrà agli atleti quattro menu. È normale che gli azzurri tenderanno a mangiare mediterraneo, il cibo di casa nostra, tanto più che saranno controllati a vista dai personal trainer. Ma io consiglio loro di essere curiosi, di mangiare cinese, di provare la cucina indigena. La vera cucina cinese, non quella involgarita che abbiamo in Italia. Le gare richiedono pasti di facile digeribilità e i cibi cinesi sono semplici, mai soffritti, ben cotti e rigorosamente senza sale. Per dare sapidità alle pietanze si usano piuttosto le salse a base di soia. Quindi cautela con quelle piccanti, a base di rafano o con il cren, la radice che in Italia si usa anche per il bollito. Facendo molta attenzione a non irritare la mucosa del cavo orale, si può provare anche il baijiu, liquore tradizionale di cereali (con alcol tra il 40-60%) che sarà servito alla mensa olimpica. Ma molto meglio un bicchiere di vino. Per il resto, riso a volontà (è il loro pane) oppure gli ottimi ravioli ripieni di carne speziata cotti al vapore. E poi tanto pesce: in Cina lo cucinano in modo meraviglioso, fritto o al vapore, magari con una gustosa salsina agrodolce. Ottimi anche i crostacei. Le carni sono soprattutto pollo e maiale, che i cinesi consumano frequentemente ma in quantità modesta, tagliata in piccoli pezzi. Per pulirsi la bocca a fine pasto, consiglio una zuppa preparata nella pentola mongola, una marmitta di rame dove si fanno bollire spaghetti di soia insieme a molluschi (calamari) e crostacei (gamberi) e tranci di pesce in brodo di pollo. Le bacchette poi aiutano a tenersi leggeri: si fanno bocconi piccoli, non ci si appesantisce, ma si ha l’impressione di aver mangiato tanto. Perfetto per uno sportivo che deve nutrirsi e mantenere la linea! Ma alcuni punti fermi della dieta dell’atleta non vanno dimenticati. In generale, un olimpionico dovrebbe apportare 2000-2500 calorie al giorno, suddivise in un 55% di carboidrati, 15% di proteine e 30% di grassi. Significa che un atleta deve mangiare 70-90 grammi di proteine, tanti carboidrati e pochi grassi (attenzione ai condimenti). In allenamento e in gara gli atleti hanno bisogno di zuccheri. In particolare chi fa sport anaerobici (quelli con sforzi brevi e intensi) deve avere i muscoli infarciti di glicogeno. Quindi cereali e patate ai pasti e frutta fresca per il recupero dopo lo stress della gara. Mangiare un frutto tra una gara e l’altra è un ottimo metodo per reidratarsi, avere zuccheri di pronto utilizzo e sali minerali per rimpiazzare le perdite con la sudorazione. Infine bere. Stiano tranquilli gli atleti: bere non appesantisce mai. Sono persone sane e hanno un sistema di regolazione ottimale, che segnala la sete quando c’è vera necessità. Ultima postilla. A Pechino andranno anche tanti spettatori e turisti. Non mangeranno nella mensa ipercontrollata del villaggio, quindi, a maggior ragione, provino la cucina cinese. Unica avvertenza: bisogna scegliere i locali facendo attenzione all’igiene. In Cina questo aspetto qualche volta è un optional.

Carlo Cannella*, Il Sole 24 Ore - 6 agosto 2008
*Ordinario di Scienza dell'alimentazione Università La Sapienza
(testo raccolto da Ilario Piagnerelli)

postato da: ilario82 alle ore 16:47 | link | commenti (1)
categorie: stage, ilsole240re
04/08/2008

Ultimatum scaduto, Teheran lo ignora

Il dossier nucleare iraniano va di nuovo ai tempi supplementari. Sono scadute ieri le due settimane concesse alla Repubblica islamica per dare una "risposta chiara" sul pacchetto di incentivi offerto in cambio della sospensione delle attività nucleari. Ma quella risposta non è arrivata. Guidati dal rappresentante Ue Javier Solana, i Paesi negoziatori del 5+1 (i membri del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania) mettevano sul piatto l'opzione "freeze for freeze", congelamento delle sanzioni in cambio del congelamento dei progetti di arricchimento dell'uranio. Ma "non c'è niente di nuovo", osservava ieri mattina un funzionario Ue, lasciando però trapelare che i diplomatici europei potrebbero concedere a Teheran ancora qualche giorno, prima di dichiarare cessato questo giro di trattative e portare all'Onu la proposta di un quarto round di sanzioni. "Non dobbiamo concentrarci troppo sulla scadenza, l'importante è avere una risposta presto, non in un giorno", è il mantra di queste ore nei palazzi di Bruxelles, che sulla faccenda si giocano anche credibilità politica. In serata il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha però risposto, perentorio: "La nazione iraniana non arretrerà di un millimetro dai suoi diritti". Lo ha detto incontrando l'omologo siriano Bashar al-Assad, in visita diplomatica. Assad ha un filo diretto con Sarkozy, che alla conferenza di Parigi che sancì la nascita dell'Unione per il Mediterraneo gli chiese di "convincere l'Iran" a dimostrare che i suoi piani di arricchimento dell'uranio hanno fini civili e non bellici, come invece temono gli occidentali. Ma è difficile che Damasco, che ha un'alleanza trentennale con Teheran, divenuta asse militare nel 2006, voglia davvero persuadere Ahmadinejad e il capo supremo della repubblica, l'ayatollah Ali Khamenei, a desistere dalle ambizioni atomiche. "Penso che l'Iran non abbia alcuna intenzione di possedere armi nucleari", aveva detto Assad a Sarkozy, pur promettendo i suoi buoni uffici per superare lo stallo. Il primo a chiudere alle potenze del 5+1 è stato il rappresentante iraniano presso l'Aiea (l'agenzia Onu per l'energia nucleare) Ali Soltanieh: "Non abbiamo mai discusso né ci siamo accordati sul cosiddetto termine di due settimane". Mentre a Colombo, in Sri Lanka, il ministro degli Esteri di Teheran Manouchehr Mottaki ha detto che non accetterà scadenze e ha tirato dritto sul nucleare, annunciando progetti di cooperazione con altri Paesi per lo sviluppo di tale tecnologia, sotto la supervisione dell'Aiea. Una precisazione, quest'ultima, che motiva anche la polemica sollevata negli ultimi giorni dai media iraniani sull'India. Paese che pur non avendo mai aderito al Trattato di non proliferazione - a differenza dell'Iran - e pur avendo testato illegalmente diverse bombe atomiche, si gioverà anche di un accordo con gli Usa - benedetto dall'Aiea - per la fornitura di combustibile nucleare. "L'Iran condanna il doppio standard degli Stati Uniti", titolano i giornali. Morde il freno intanto Israele, che dopo il collaudo dei nuovi missili iraniani a lunga gittata Shahab-3 si sente sempre più sotto il tiro dei pasdaran. "Pensiamo che l'Iran raggiungerà la piena capacità di arricchimento nel 2009 e dal 2010 potrà arrivare allo stadio militare. E' inaccettabile che possa diventare una potenza nucleare", ha detto ieri il vice premier Shaul Mofaz in visita a Washington. "E' una corsa contro il tempo, e il tempo sta volando". "Abbiamo tergiversato abbastanza", concorda il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier.

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 3 agosto 2008
  

postato da: ilario82 alle ore 18:52 | link | commenti (1)
categorie: stage, ilsole240re
02/08/2008

Agli arresti i leader di al-Fatah a Gaza

Torna a salire di tono lo scontro tra Hamas e al-Fatah, nella Striscia di Gaza come in Cisgiordania. Non si ferma la serie di accuse e ritorsioni reciproche innescata dall’attentato del 25 luglio a Gaza City, nel quale sono morti 5 miliziani di Hamas e una bambina. Per ora il braccio di ferro tra i due partiti rivali, che rischia di riaccendere la guerra civile tra palestinesi dopo un anno di tregua e i prime tentativi di distensione, va avanti a colpi di arresti. Ieri, le forze di sicurezza del movimento radicale Hamas hanno incarcerato nella Striscia di Gaza alcuni esponenti di Fatah. Si tratterebbe di almeno 15 dirigenti, fanno sapere dal partito di Abu Mazen. Tra loro, tre governatori di distretto e figure di rilievo, come Ibrahim Abu an-Naja e Zakaria al Haga, rappresentanti che lo stesso Abu Mazen aveva delegato a guidare Fatah nella Striscia dopo la presa di potere da parte di Hamas un anno fa. Una mossa «temporanea e limitata», quella di Hamas, per indurre il governo Fatah a rilasciare i circa 50 attivisti (tra cui studenti e insegnanti dell’università di Nablus) arrestati il 27 luglio in diverse località della Cisgiordania. «Tutto finirà quando cesseranno gli arresti politici», ha detto il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri. E in serata l’Autorità nazionale palestinese ha in effetti messo in libertà i primi quattro prigionieri, tra cui Mohammed Ghazal, della direzione politica di Hamas in Cisgiordania, e ha promesso la scarcerazione degli altri. Il governo di Ramallah aveva già annunciato giovedì il rilascio dei membri di Hamas, ma l’intempestiva esecuzione dell’ordine - «non abbiamo ancora ricevuto istruzioni per il rilascio dai superiori» - ha dato al partito estremista il pretesto per una nuova provocazione: «I nostri dirigenti in Cisgiordania sono ancora in carcere, faremo pressione in ogni modo». L’ordine di scarcerazione rischia di passare così come una vittoria politica di Hamas e un motivo in più per andare avanti con la campagna di arresti, giunta ormai al terzo round e inaugurata con la cattura di 200 membri di Fatah, accusati da Hamas dell’attentato di Gaza City. «È la distruzione di ogni dialogo per evitare lo scisma», commentava ieri un dirigente di Fatah. Si allarga così il fossato tra le due Palestine, una estremista e appoggiata da Iran e Siria, l’altra moderata e sostenuta da Usa e Ue. Un esempio: mentre ieri le autorità della Cisgiordania hanno vietato un corteo del partito Hizb al Tahrir, al bando in molti Stati arabi perché troppo estremista, a Gaza i manifestanti hanno trovato accoglienza.

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 02 agosto 2008

postato da: ilario82 alle ore 16:59 | link | commenti (2)
categorie: stage, ilsole240re
26/07/2008

Tentato golpe in Turchia, 86 alla sbarra

Si farà il processo ai membri della Ergenekon, l’organizzazione clandestina nazionalista e ultralaicista sospettata di preparare un colpo di stato contro il Governo islamico-moderato del premier Tayyip Erdogan. La tredicesima Corte penale di Istanbul ha infatti accettato i capi d’accusa contenuti nelle 2500 pagine con le quali il procuratore generale Aykut Cengiz Engin incriminava di attività eversiva 86 sospettati, di cui 48 in custodia da inizio luglio e 26 arrestati mercoledì in un’imponente retata. Tra loro avvocati, uomini d’affari, giornalisti e, soprattutto, militari in pensione, come l’ex generale Sener Eruygur. L’imputazione è di «finalità terroristiche e incitazione alla rivolta armata». Gli affiliati avrebbero tentato di destabilizzare il Paese e di trascinarlo nel caos, contrapponendo la popolazione e creando turbolenze nei mercati finanziari. Le operazioni dovevano scattare con una serie di manifestazioni in tutta la Turchia, organizzate attraverso l’Add, associazione "kemalista" che difende il pensiero di Ataturk, padre della Turchia laica e moderna. La vicenda si inserisce nel braccio di ferro tra gli ambienti laici e il partito di governo Akp, che rischia lo scioglimento da parte della Corte costituzionale per «attività anti-laiche». Secondo gli analisti il Governo starebbe così usando lo «spauracchio» di Ergenekon per tenere sotto pressione gli avversari ed evitare le elezioni anticipate.

Ilario Piagnerelli, il Sole 24 Ore - 26 luglio 2008

postato da: ilario82 alle ore 15:08 | link | commenti (1)
categorie: stage, ilsole240re
25/07/2008

Ambasciate, retromarcia della Serbia

Dopo la cattura del criminale di guerra Radovan Karadzic, la Serbia compie un altro gesto di distensione nei confronti dell’Unione europea. Il Governo di Belgrado ha disposto l’immediato rientro in servizio dei propri ambasciatori nei Paesi Ue che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. All’indomani dell’unilaterale secessione di Pristina dallo Stato serbo, il 17 febbraio, l’ex premier nazionalista Vojislav Kostunica aveva infatti ritirato i rappresentanti della repubblica balcanica da oltre 40 Paesi, tra cui gli Stati Uniti e gran parte dell’Unione europea (20 membri su 27). Tutti colpevoli di aver accordato lo status di nazione indipendente alla regione separatista serba. Il reintegro riguarda per il momento solo 11 sedi diplomatiche, tra cui Roma, Parigi, Londra e Berlino. Questo non significa che la Serbia sia disposta ad accettare lo strappo del Kosovo, né a rinunciare alla «battaglia legale per l’integrità territoriale», ha precisato il ministro degli Esteri Vuc Jeremic. Si tratta, piuttosto, di una scelta di necessità, lascia intendere il ministro dell’Ambiente Oliver Dulic: «Stiamo facendo tutto il possibile per ottenere lo status di candidati Ue entro l’anno. I nostri ambasciatori in Europa faranno lobby in tal senso». Il primo passo sarà l’annunciata ratifica dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con Bruxelles. Frutto della svolta europeista impressa al Paese dalla coalizione liberal-democratica del primo ministro Mirko Cvetovic, che gode anche dell’appoggio degli ex-socialisti di Milosevic. «La Serbia fa sul serio», era stato il commento delle istituzioni comunitarie all’arresto di Karadzic. L’opposizione nazionalista ha invece bollato la novità sulle ambasciate come «una resa definitiva» all’Ue.

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 25 luglio 2008

postato da: ilario82 alle ore 16:07 | link | commenti
categorie: stage, ilsole240re
24/07/2008

Buona notte all'Italia

Milano, via Monte Rosa, ore 22.45. Il tempo di uno scatto veloce al "mio" giornale che non dorme mai, prima di correre in metro. La strada è tranquilla, la cena in mensa era buona. Oggi non solo brevi, sono soddisfatto. Tutto va come deve. Ma domani? Mi precipito in metro senza pensarci.
postato da: ilario82 alle ore 20:12 | link | commenti (2)
categorie: milano, stage, ilsole240re

Tensione Tripoli-Berna per il caso Gheddafi jr

Le intemperanze svizzere del rampollo di casa Gheddafi stanno costando un’acuta crisi diplomatica tra Tripoli e Berna, con ripercussioni economiche che coinvolgono compagnie aeree, sedi di multinazionali e, in prospettiva, banche e forniture petrolifere. Questi i fatti. Lo scorso 15 luglio Motassim Bilal Gheddafi detto Hannibal, 32 anni, figlio del leader libico, è stato incriminato a Ginevra per aver picchiato, insultato e tenuto segregati nella suite due inservienti dell’hotel President Wilson, dove soggiornava con la moglie Aline, prossima al parto. Dopo due giorni in cella, Hannibal è stato liberato su cauzione grazie a 300mila euro pagati da papà Muammar. Che ovviamente non ha mandato giù il boccone e, furioso, ha scatenato da ieri una dura rappresaglia economica e diplomatica contro il Paese elvetico. La prima mossa del colonnello è stata la sospensione dei visti d’ingresso ai cittadini svizzeri. Poi il blocco di due dei tre voli settimanali che la Swiss Air opera tra Zurigo e Tripoli e la parallela riduzione di quelli della compagnia di bandiera Afriqiyah diretti a Ginevra. Ragioni «tecnico-operative», la spiegazione. In un’escalation di ritorsioni, il Governo di Tripoli ha in seguito emanato un ordine di chiusura per tutte le imprese rossocrociate presenti nel Paese. La polizia ha posto i sigilli alla sede di rapresentanza della Nestlè e agli uffici del colosso dell’elettrotecnica Abb. Due dipendenti delle compagnie sono stati arrestati e interrogati. Anche qui, giustificazioni di comodo dalle autorità: irregolarità nella compilazione di alcuni formulari. Puntuale è arrivata la reazione di Berna, che ha istituito un’unità di crisi e inviato a Tripoli una delegazione diretta dall’ambasciatore Pierre Helg. I diplomatici stanno cercando da ieri sera di ottenere la liberazione dei connazionali e la riapertura delle aziende. «Cerchiamo di evitare una crisi diplomatica tra la Libia e la Svizzera», ha detto il portavoce del dipartimento federale degli Affari esteri Jean-Philippe Jeannerat, che ha invitato i cittadini svizzeri a non recarsi nel Paese nordafricano. Dietro le preoccupazioni elvetiche c’è la consapevolezza dei fortissimi interessi economici che legano i due Paesi, con Berna in palese condizione di svantaggio (1,4 miliardi di franchi il saldo negativo della bilancia commerciale con la Libia).Tripoli fornisce al Paese alpino quasi il 50% del suo fabbisogno di greggio: 60mila barili al giorno esportati attraverso la Tamoil, che ha sede proprio a Ginevra. Ieri sera 200 militanti dei comitati rivoluzionari «pronti a difendere Gheddafi e la sua famiglia» hanno manifestato davanti all’ambasciata elvetica, minacciando il blocco petrolifero e il ritiro dei depositi dalle banche svizzere se non giungeranno scuse ufficiali. Berna rischia anche di perdere i ricchi appalti in infrastrutture idrauliche, elettriche e turistiche che la Libia sta realizzando sul proprio territorio. E la crisi ha tutto il tempo per precipitare ancora, visto che il processo svizzero a carico di Gheddafi junior e consorte - i due rischiano fino a tre anni di detenzione - potrebbe durare diversi mesi.

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 24 luglio 2008

postato da: ilario82 alle ore 16:02 | link | commenti
categorie: stage, ilsole240re
19/07/2008

E' in Sudamerica il nazista Heim

È scattata l’operazione "Ultima possibilità" in Sudamerica, per catturare Aribert Heim, alias il "Dottor morte" di Mauthausen, in cima alla lista nera dei dieci criminali nazisti più ricercati al mondo. Heim, oggi 94enne, con i suoi crudeli esperimenti medici uccise almeno 300 deportati del lager di Mauthausen, in Austria. A dargli la caccia è il Simon Wiesenthal Center, che opera per assicurare alla giustizia gli ultimi carnefici dei campi di concentramento. Il direttore Efraim Zuroff ha riferito che Heim sarebbe stato visto di recente in Sudamerica. «È molto fragile, ma può ancora camminare», ha detto Zuroff in conferenza stampa a Buenos Aires, rifiutandosi però di fornire dettagli. Secondo indiscrezioni, l’avvistamento sarebbe avvenuto a Puerto Montt, in Cile, dove vive una figlia del ricercato, o nella vicina Bariloche, in Argentina, dove la donna si reca spesso. Gli inquirenti (il Wiesenthal collabora con la polizia tedesca) basavano la convinzione che Heim fosse vivo sul fatto che i figli non hanno mai reclamato in eredità una proprietà valutata per milioni, e che i suoi avvocati in Germania hanno richiesto alcuni documenti utili a fini processuali. Ora che si hanno prove della sua esistenza in vita, il Centro Wiesenthal offrirà 315mila euro a chi fornirà informazioni. La taglia è anche un modo per far sentire l’ex SS col fiato sul collo: «La gente sotto pressione commette errori», ha spiegato Zuroff, che si dice «ottimista» di poterlo trovare. È lunga la lista delle atrocità compiute dal medico austriaco. Si dice che regalasse paralumi confezionati con la pelle delle sue vittime e che iniettasse veleni, persino petrolio, direttamente nel cuore dei pazienti. Racconta un testimone che una volta smembrò un ragazzo, sotto anestesia per un banale intervento al piede, e ne bollì la testa per rimuovere la pelle ed esporne il cranio. Dopo la guerra, Aribert Heim si rifece una vita come ginecologo a Baden-Baden in Germania, ma dovette darsi alla fuga quando, nel 1962, fu spiccato contro di lui un mandato di cattura internazionale. Per scovarlo, Efraim Zuroff è giunto in America latina il 6 giugno scorso.

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 19 luglio 2008

postato da: ilario82 alle ore 12:14 | link | commenti (1)
categorie: stage, ilsole240re
17/07/2008

Sciopero a Malta, trasporti fermi

Malta, ormai da quattro giorni, è ridotta alla paralisi. In piena stagione turistica non si trova più un autobus o un taxi che circoli nell’isola. La decisione del Governo di aumentare le licenze per il trasporto funebre, oggi 12 in tutto, ha scatenato uno sciopero di proporzioni mai viste. Insieme ai necrofori dell’Associazione dei carri funebri sono scesi in strada i conducenti dei bus autostradali, dei taxi e dei tipici mini-bus rossi che scarrozzano i turisti per le vie della Valletta. Tutti consci che la deregulation colpirà ogni monopolio nel settore dei trasporti. Lo chiede l’Unione Europea, della quale Malta fa parte dal 2004, e lo ha ribadito il ministro dei Trasporti Austin Gatt: «La liberalizzazione è una buona cosa per il Paese». Ieri si sono verificati tafferugli tra manifestanti e polizia e 10 insorti sono stati arrestati. Il blocco è scattato alle sei di lunedì mattina. Da allora centinaia di mezzi disposti lungo le principali vie d’accesso cingono d’assedio la capitale e i resort di Sliema e San Giljan e presidiano porto e aeroporto. I turisti in arrivo (al ritmo di 10mila al giorno) cercano come possono di raggiungere gli alberghi. Si tratta di aspettare ore sotto il caldo da 30 gradi. All’aeroporto di Luqa gli studenti di inglese in vacanza studio espongono cartelli con scritto "Valletta", nella speranza che qualcuno li carichi. Gli autisti privati sono stati autorizzati a comportarsi come tassisti, a 15 euro a corsa, ma i tassisti con licenza attaccano qualsiasi mezzo alternativo, rubano le chiavi delle auto e spaccano i parabrezza delle navette disposte dagli hotel. Il Governo ha dovuto interrompere i servizi d’emergenza, perché gli insorti costringono i militari alla guida dei veicoli requisiti a lasciare gli abitacoli. Intanto è emergenza negli obitori, che devono congelare i corpi per l’impossibilità di svolgere funerali. Al Mater Dei hospital 24 cadaveri (erano 12 solo due giorni fa) attendono la sepoltura in freezer la cui capacità non supera i 54 corpi. La Federazione dei trasporti rifiuta per ora qualsiasi trattativa. Il leader Victor Spite minaccia anzi lo sciopero a oltranza «se la liberalizzazione dei servizi funebri non sarà annullata».

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 17 luglio 2008


VERSIONE INTEGRALE - Malta, lo sciopero dei carri funebri paralizza l'isola


Con una popolazione di 400mila abitanti - quasi il doppio d’estate - distribuiti sui soli 316 chilometri quadrati dell’isola, il traffico è un vero incubo a Malta. Così, tutte le guide turistiche consigliano, da sempre, di servirsi dei mezzi pubblici. Solo che Malta, ormai da quattro giorni, è paralizzata. E proprio in piena stagione turistica non si trova più un autobus o un taxi disposto a trasportare i vacanzieri. La decisione del governo di concedere nuove licenze per il trasporto funebre, oggi solo 12 in tutta l’isola, ha scatenato uno sciopero di proporzioni mai viste nel Paese. Insieme ai necrofori, riuniti nell’Associazione dei carri funebri, sono scesi in strada i conducenti dei bus autostradali, dei taxi e dei tipici mini-bus rossi che scarrozzano i turisti per le vie della Valletta. Tutti consci che la deregulation colpirà ogni monopolio nel settore dei trasporti. Lo chiede l’Unione Europea, della quale Malta fa parte dal 2004, e lo ha detto il ministro dei Trasporti Austin Gatt: «La liberalizzazione è una buona cosa per il Paese». Sulla questione il Governo nazionalista ha il pieno appoggio dell'opposizione laburista. E chi fin’ora ha fatto affari d’oro caricando orde di visitatori, adesso protesta inferocito. Il blocco totale è scattato alle sei di lunedì mattina. Da allora centinaia di mezzi incolonnati lungo le principali vie d’accesso cingono d’assedio la capitale e presidiano porto e aeroporto. Isolati anche i resort di Sliema e San Giljan. Ieri si sono verificati tafferugli tra manifestanti e polizia e 10 insorti sono stati arrestati. Le forze dell'ordine sono anche riuscite a rompere il blocco che impediva ai passeggeri della crociera Norwegian Gem di lasciare la banchina del porto, ma la situazione in rada è presto tornata la stessa. I turisti in arrivo (al ritmo di 10mila al giorno) cercano come possono di raggiungere gli alberghi. Si tratta di aspettare ore sotto il caldo da 30 gradi. All’aeroporto di Luqa gli studenti di inglese in vacanza studio espongono cartelli con scritto "Valletta", nella speranza che qualcuno li carichi. Gli autisti privati sono stati autorizzati a comportarsi come tassisti, a 15 euro a corsa, ma i tassisti con licenza attaccano qualsiasi mezzo alternativo, rubano le chiavi delle auto e spaccano i parabrezza delle navette disposte dagli hotel. Il Governo ha requisito alcuni veicoli per i servizi d’emergenza, ma gli insorti costringono i militari alla guida a lasciare gli abitacoli. Ed è emergenza negli obitori, dove i corpi vengono congelati per l’impossibilità di svolgere funerali. L’unico necroforo ancora a lavoro si è infatti arreso alla paura, nonostante la scorta della polizia. Al Mater Dei hospital 24 cadaveri (erano 12 fino a martedì) attendono la sepoltura in freezer la cui capacità non supera i 54 corpi. La Federazione dei trasporti ha finora rifiutato qualsiasi trattativa. Il leader Victor Spite minaccia anzi lo sciopero a oltranza «se la liberalizzazione dei servizi funebri non sarà annullata». L’organizzazione sta inviando SMS minatori ai membri che non partecipano ai blocchi. «Abbiamo i nomi», recitano i messaggi. Intanto la Malta Transport Authority ha sospeso il sussidio di 60 al giorno di cui beneficiano i proprietari di autobus: «Non possiamo più sostenere un servizio fermo a 40-50 anni fa», ha detto il ministro Gatt. Qualcuno alla fine dovrà fare il conto dei danni che la serrata sta provocando all'economia. Il turismo è infatti la prima industria dell'isola e compone il 25% della ricchezza complessiva. La Camera di commercio di parla già di «effetti devastanti».

Ilario Piagnerelli

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