ROMA - C’è un settore creditizio che in tempi di recessione non conosce crisi, anzi si comporta in modo anticiclico, con trend di crescita costanti. È il credito su pegno, il vecchio Monte di pietà. La Banca d’Italia ha rilevato nella prima metà del 2008 un aumento di volumi pari a 320 milioni di euro. Secondo Unicredit, che gestisce i sette banchi della capitale, a Roma il mercato dei pegni cresce in media del 5 per cento annuo, ma il dato è al netto dell’ultima crisi finanziaria. Ancora attorniato da un’aura di onta e di pietismo, il credito su pegno mette gli istituti al riparo dal rischio d’insolvenza, trattandosi di un prestito a garanzia di beni, ma soprattutto conviene a chi contrae il debito. È infatti il modo più veloce per ottenere denaro, senza procedure d’istruttoria e verifica del reddito, e il peggio che possa capitare al cattivo pagatore è di perdere il bene impegnato. Monetizzare un oggetto di valore, di solito oro, argenteria, pellicce e tappeti persiani (ma il Monte di Parigi ammette anche partite di vino), è un modo per avere la liquidità necessaria a ottenere un prestito bancario o per non lasciarsi sfumare un affare. Il mondo imprenditoriale a volte lo adotta per il pagamento dell’Iva, in caso di scompensi temporanei delle entrate.
Uno strumento moderno e funzionale, insomma, ma sul quale gli istituti bancari investono poco o nulla, vuoi perché poco remunerativo – i prestiti oscillano in media fra 30 e 600 euro – vuoi perché dannoso per l’immagine aziendale, essendo considerato l’“ultima spiaggia” di chi ha fatto il passo più lungo della gamba. Negli ultimi quarant’anni, secondo l'organizzazione di categoria Assopegni, i monti di pietà sono diminuiti di 15 unità, passando da 50 a 35 in tutta Italia. Eppure dal 1999 il credito su pegno è considerato un’attività bancaria a tutti gli effetti, che qualsiasi istituto può esercitare in regime di libero mercato. A Roma il banco dei pegni fu istituito da Papa Paolo III Farnese nel 1593. Era l’epoca in cui i frati domenicani e francescani promuovevano questa forma di prestito per contrastare la piaga dell’usura. A distanza di secoli si trova ancora là, in piazza Monte di pietà, a due passi da Campo de’ Fiori. Quasi impossibile, senza andare di persona, ottenere al telefono anche solo il nome del direttore: “Non voglio problemi”, risponde un funzionario appena la segreteria cessa di diffondere ottimismo sulle note di “Don’t worry, be happy”. Il palazzo è antico e malandato, come si addice a uno dei quartieri più veraci della Capitale. Sulla facciata svetta il campanile a vela con l’orologio e un’epigrafe ricorda che il Monte è “Pauperum comodo istituto”, istituito a favore dei poveri. Dentro, grandi ambienti disadorni, un chiostro e una cappella barocca. I cartelli “prestanza preziosi”, “stima argenti e pellicce”, “sala vendite”, ricordano la destinazione dell’edificio.
Al primo piano, sotto il soffitto a cassettoni della sala d’attesa, ecco gli avventori del Monte, una trentina all’ora di pranzo. Teste basse, ogni tanto un’occhiata al numeratore elettronico sulla parete. Sono in maggioranza donne, vestono pellicce che sperano di non dover impegnare e occhiali da sole che le riparano da sguardi indiscreti. Clientela medio-borghese, che nella vita ha messo da parte beni per migliaia di euro e ora sa che al massimo otterrà in prestito un quinto del loro valore di mercato. I tanti “Compro oro” che si contendono la piazza e le vie adiacenti offrirebbero condizioni più vantaggiose, ma non ridanno indietro i gioielli accettati, anzi spesso li fondono. Nella sala accanto, con gli sportelli per la pesa e la stima dei preziosi (il Monte dispone di un apprezzato laboratorio di gemmologia), si entra uno alla volta. Un’affissione avverte che il tasso applicato sul credito è appena salito dal 13 al 13,50%. Per riscattare il bene impegnato si deve restituire entro sei mesi questo interesse più la somma ottenuta in prestito, ma si può anche scegliere di pagare solo gli interessi per un anno. “Facciamo di tutto per permettere ai nostri clienti di riavere gli oggetti a cui tengono – spiega l’avvocato Giorgio Capriccioli, di Assopegni –. È prassi concedere rinnovi fino a un massimo di quattro anni, sempre pagando solo il tasso d’interesse”. La riservatezza è d’obbligo al Monte di pietà: guardie giurate presidiano ogni ambiente. Una di loro ci indica la stanza del direttore. Si chiama Pietro Rossignoli, e il suo studio è quello elegante e lindo di ogni manager che si rispetti. Non ha dati, anzi li ha ma non può darli, spiega. Bocche cucite, chiedere all’ufficio stampa di Unicredit è la parola d’ordine. Non resta che visitare la sala vendite, che custodisce in teche e vetrinette quel 5-6% di pegni non riscattati (dati Assopegni) e in attesa di essere battuti all’asta. I preziosi sono allineati in lotti, ognuno dei quali corrisponde a un debitore: grumi di catenine d’oro che tengono insieme anelli, gemme e spilloni di dubbio gusto. Protette da strati di cellophane, pellicce d’ogni bestia e fattura. Poi i pezzi d’arredamento: teiere, zuppiere e servizi d’argento; sculture d’avorio da 8mila euro. Molti fanno affari con gli orologi: un “Cartier modello Pasha con cassa e bracciale in oro, movimento meccanico automatico e datario” va via per 5mila 432 euro, su una base d’asta di 4mila 500 euro. La differenza andrà all’ex proprietario, tranne un 20% di diritti d’asta. “Molti non sanno che il loro bene non riscattato può fruttare ancora soldi – racconta Capriccioli – e si affidano alla gente poco seria che ne approfitta”.
In piazza del Monte può capitare in effetti di imbattersi in strani personaggi che si offrono di comperare la polizza di pegno dai debitori, cioè si accollano il loro debito per entrare in possesso dei beni impegnati al solo prezzo del prestito più l’interesse. Fanno anche loro parte di questo microcosmo che sembra rimasto fermo a un’era premoderna, così lontano dall’odierno credito bancario e dai prestiti “impossibili” di finanziarie senza scrupoli, ma forse proprio per questo ancora in grado di svolgere la sua pur limitata funzione sociale.
Ilario Piagnerelli (Lumsa News)
Ecco Alberto nei panni di Marino, il fornaio tutto pane amore e fantasia della nuova linea di grissini "Olivia e Marino" di Pavesi. Ovviamente Olivia è l'avvenente donzella in parannanzi che, fedele compagna di vita, lo aiuta ogni giorno nelle attività del forno.
Jirka sarà pure ceco, ma ci vede benissimo e la palla non la molla mai. Però a fare canestro non ci arriva, ah ah...
Se sei a Roma vivi da romano... Da venerdì (e per qualche mese) questo proverbio latino si addice a me. Anche se in reltà, viste le nazionalità dei coinquilini, il mio soggiorno somiglia più a un Erasmus: in casa si parla più inglese che italiano
. Meglio così, sarà un'occasione unica per migliorarlo. Quanto ai "mores", spero di prendere tutte le virtù e nessun vizio dello stile di vita della Capitale. Per ora mi basta non dover più assistere a tutto questo ogni mattina (Roma, metro A, ore 8:45):