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Studente e praticante giornalista all'università Lumsa di Roma.

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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicita'. Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
28/04/2009

Tanti auguri Lumsa News


Ecco il video che tutti (o quasi) aspettavate. LumsaNews compie dieci anni. La vita della redazione e le interviste agli ex praticanti oggi professionisti.

postato da: ilario82 alle ore 19:06 | link | commenti (2)
categorie: video, lumsanews
24/03/2009

"La cura Obama è un palliativo, il vero nodo è il debito"

ROMA - Paolo Savona, 73 anni, economista, presidente di Unicredit Banca di Roma, è scettico sul maxi-piano di salvataggio dell’economia varato da Washington, al quale restano appese le speranze di uscita dalla crisi economica e finanziaria mondiale. Se non saranno risolti gli squilibri strutturali, primo fra tutti l’enorme indebitamento degli Usa, la storia è destinata a ripetersi.

Le nazionalizzazioni bancarie in atto in tutto il mondo hanno riportato in primo piano il ruolo dello Stato, un’entità che si pensava in via di dissolvimento a causa della globalizzazione. Tornerà anche lo statalismo? Quando c’è una grave crisi e si prospetta un costo sociale eccessivo, inevitabilmente devi usare lo strumento dello Stato, però deve restare uno strumento, non va perseguito come fine. Considerare strumentale l’intervento pubblico significa che, cessata l’emergenza, questo automaticamente cessa. La statalizzazione, nei sistemi del socialismo reale e del comunismo, era invece un fine della società. Al contrario, nel caso del liberismo spinto, si usava il laissez faire, il lasciar fare, per non avere nessuna responsabilità sociale, si creava una specie di stato di natura dove il più forte vinceva e il più debole veniva abbandonato. Il problema ancora irrisolto nelle società moderne, dopo un’esperienza di statalismo e una di liberismo, è che non si è trovata la giusta collocazione alle strutture intermedie, cioè l’ambito del volontariato, dell’adesione del singolo alle idee di socialità e di collettività.

I grandi della terra stanno cercando con difficoltà di riscrivere le regole della finanza mondiale. Riuscirà il G8 della Maddalena, e prima ancora il G20 di Londra e il vertice Usa-Ue di Praga, a varare un nuovo sistema regolatorio? L’evoluzione economica, e soprattutto quella finanziaria che è più rapida, richiedono continue ri-regolamentazioni del sistema. Gli economisti sanno bene che, fatta una regola, il mercato si industria e riesce ad aggirarla, per cui bisogna ri-regolare in continuazione. La legge non avrà mai il potere di imporre l’etica, certo può disincentivare, però già Beccaria ci ha insegnato che non sono le pene a ridurre i delitti. L’etica nasce solo con l’educazione della coscienza, con la rule of the law, la regola del rispetto della legge.

Funzionerà il piano di Obama da 800 miliardi di dollari per il salvataggio dell’economia Usa? Se il piano di Obama, come il precedente piano d’intervento Paulson, cade in un sistema dove gli squilibri delle bilance estere non vengono mai raddrizzati, può solo tamponare la crisi ma non rimetterà in sesto il meccanismo di sviluppo globale. Le radici della crisi sono infatti nella politica degli Stati Uniti, che vogliono vivere al di sopra delle proprie risorse prendendo il risparmio dagli altri, quindi creando moneta in dollari e vendendo titoli, alcuni dei quali anche tossici. Bisogna mettere mano a questo meccanismo.

Difficilmente Obama riuscirà a intaccare questi squilibri, visto che su di essi si basa gran parte della prosperità americana... Gli americani vogliono vivere bene. Ma bisogna dire loro la verità. E la verità è che non possono continuare ogni anno ad accendere dagli ottocento ai mille miliardi di debito estero. Obama probabilmente non ha ancora capito che il problema è nei disequilibri. Anche la maggioranza degli economisti americani non ha mai posto il problema in questo modo. Loro la vedono in termini keynesiani: “manca la domanda”. No, non manca la domanda, c’è al contrario un eccesso di domanda che porta al disavanzo. Gli ultimi dati parlano di oltre il 6 per cento di caduta del Pil americano, ma allo stesso tempo ci sono ancora 750 miliardi di disavanzo di bilancio corrente: significa che è caduto il Pil, ma ciononostante gli Usa stanno continuando a indebitarsi sull’estero per cifre incredibili.

Eppure la Commissione europea, nell’accettare il piano di stabilità dell’Italia, ha ammesso una temporanea espansione del debito L’indebitamento è uno strumento in più ma non è certo il modo di uscire dalla crisi italiana. La nostra è prima di tutto una crisi di competitività, quindi dobbiamo cercare di aumentare la produttività. Questo lo ripeteremo all’infinito, i sindacati non vogliono stare a sentire, la politica continua a promettere assistenza, e quindi la gente non si rimbocca le maniche per lavorare più seriamente che in passato. Non sto dicendo che in Italia non si lavora: dobbiamo solo lavorare di più se vogliamo mantenere il tenore di vita che abbiamo.

In che misura Unicredit Banca di Roma, di cui lei è presidente, usufruirà degli aiuti di Stato alle banche, i cosiddetti “Tremonti bond”? Non entro nei dettagli della gestione, anche perché essendo parte in causa il mio giudizio non avrebbe valore. Penso che i Tremonti bond siano utili nei momenti di crisi, ma certamente non riaprono il canale del credito. Ne agevolano la riapertura, ma il canale del credito si riapre quando si ristabilisce un minimo di fiducia nel futuro.


ILARIO PIAGNERELLI (LUMSA NEWS)
postato da: ilario82 alle ore 23:37 | link | commenti
categorie: economia, lumsanews
12/01/2009

Niente crisi per il Monte di pietà

ROMA - C’è un settore creditizio che in tempi di recessione non conosce crisi, anzi si comporta in modo anticiclico, con trend di crescita costanti. È il credito su pegno, il vecchio Monte di pietà. La Banca d’Italia ha rilevato nella prima metà del 2008 un aumento di volumi pari a 320 milioni di euro. Secondo Unicredit, che gestisce i sette banchi della capitale, a Roma il mercato dei pegni cresce in media del 5 per cento annuo, ma il dato è al netto dell’ultima crisi finanziaria. Ancora attorniato da un’aura di onta e di pietismo, il credito su pegno mette gli istituti al riparo dal rischio d’insolvenza, trattandosi di un prestito a garanzia di beni, ma soprattutto conviene a chi contrae il debito. È infatti il modo più veloce per ottenere denaro, senza procedure d’istruttoria e verifica del reddito, e il peggio che possa capitare al cattivo pagatore è di perdere il bene impegnato. Monetizzare un oggetto di valore, di solito oro, argenteria, pellicce e tappeti persiani (ma il Monte di Parigi ammette anche partite di vino), è un modo per avere la liquidità necessaria a ottenere un prestito bancario o per non lasciarsi sfumare un affare. Il mondo imprenditoriale a volte lo adotta per il pagamento dell’Iva, in caso di scompensi temporanei delle entrate.
Uno strumento moderno e funzionale, insomma, ma sul quale gli istituti bancari investono poco o nulla, vuoi perché poco remunerativo – i prestiti oscillano in media fra 30 e 600 euro – vuoi perché dannoso per l’immagine aziendale, essendo considerato l’“ultima spiaggia” di chi ha fatto il passo più lungo della gamba. Negli ultimi quarant’anni, secondo l'organizzazione di categoria Assopegni, i monti di pietà sono diminuiti di 15 unità, passando da 50 a 35 in tutta Italia. Eppure dal 1999 il credito su pegno è considerato un’attività bancaria a tutti gli effetti, che qualsiasi istituto può esercitare in regime di libero mercato. A Roma il banco dei pegni fu istituito da Papa Paolo III Farnese nel 1593. Era l’epoca in cui i frati domenicani e francescani promuovevano questa forma di prestito per contrastare la piaga dell’usura. A distanza di secoli si trova ancora là, in piazza Monte di pietà, a due passi da Campo de’ Fiori. Quasi impossibile, senza andare di persona, ottenere al telefono anche solo il nome del direttore: “Non voglio problemi”, risponde un funzionario appena la segreteria cessa di diffondere ottimismo sulle note di “Don’t worry, be happy”. Il palazzo è antico e malandato, come si addice a uno dei quartieri più veraci della Capitale. Sulla facciata svetta il campanile a vela con l’orologio e un’epigrafe ricorda che il Monte è “Pauperum comodo istituto”, istituito a favore dei poveri. Dentro, grandi ambienti disadorni, un chiostro e una cappella barocca. I cartelli “prestanza preziosi”, “stima argenti e pellicce”, “sala vendite”, ricordano la destinazione dell’edificio.
Al primo piano, sotto il soffitto a cassettoni della sala d’attesa, ecco gli avventori del Monte, una trentina all’ora di pranzo. Teste basse, ogni tanto un’occhiata al numeratore elettronico sulla parete. Sono in maggioranza donne, vestono pellicce che sperano di non dover impegnare e occhiali da sole che le riparano da sguardi indiscreti. Clientela medio-borghese, che nella vita ha messo da parte beni per migliaia di euro e ora sa che al massimo otterrà in prestito un quinto del loro valore di mercato. I tanti “Compro oro” che si contendono la piazza e le vie adiacenti offrirebbero condizioni più vantaggiose, ma non ridanno indietro i gioielli accettati, anzi spesso li fondono. Nella sala accanto, con gli sportelli per la pesa e la stima dei preziosi (il Monte dispone di un apprezzato laboratorio di gemmologia), si entra uno alla volta. Un’affissione avverte che il tasso applicato sul credito è appena salito dal 13 al 13,50%. Per riscattare il bene impegnato si deve restituire entro sei mesi questo interesse più la somma ottenuta in prestito, ma si può anche scegliere di pagare solo gli interessi per un anno. “Facciamo di tutto per permettere ai nostri clienti di riavere gli oggetti a cui tengono – spiega l’avvocato Giorgio Capriccioli, di Assopegni –. È prassi concedere rinnovi fino a un massimo di quattro anni, sempre pagando solo il tasso d’interesse”. La riservatezza è d’obbligo al Monte di pietà: guardie giurate presidiano ogni ambiente. Una di loro ci indica la stanza del direttore. Si chiama Pietro Rossignoli, e il suo studio è quello elegante e lindo di ogni manager che si rispetti. Non ha dati, anzi li ha ma non può darli, spiega. Bocche cucite, chiedere all’ufficio stampa di Unicredit è la parola d’ordine. Non resta che visitare la sala vendite, che custodisce in teche e vetrinette quel 5-6% di pegni non riscattati (dati Assopegni) e in attesa di essere battuti all’asta. I preziosi sono allineati in lotti, ognuno dei quali corrisponde a un debitore: grumi di catenine d’oro che tengono insieme anelli, gemme e spilloni di dubbio gusto. Protette da strati di cellophane, pellicce d’ogni bestia e fattura. Poi i pezzi d’arredamento: teiere, zuppiere e servizi d’argento; sculture d’avorio da 8mila euro. Molti fanno affari con gli orologi: un “Cartier modello Pasha con cassa e bracciale in oro, movimento meccanico automatico e datario” va via per 5mila 432 euro, su una base d’asta di 4mila 500 euro. La differenza andrà all’ex proprietario, tranne un 20% di diritti d’asta. “Molti non sanno che il loro bene non riscattato può fruttare ancora soldi – racconta Capriccioli – e si affidano alla gente poco seria che ne approfitta”.
In piazza del Monte può capitare in effetti di imbattersi in strani personaggi che si offrono di comperare la polizza di pegno dai debitori, cioè si accollano il loro debito per entrare in possesso dei beni impegnati al solo prezzo del prestito più l’interesse. Fanno anche loro parte di questo microcosmo che sembra rimasto fermo a un’era premoderna, così lontano dall’odierno credito bancario e dai prestiti “impossibili” di finanziarie senza scrupoli, ma forse proprio per questo ancora in grado di svolgere la sua pur limitata funzione sociale.


Ilario Piagnerelli (Lumsa News)
postato da: ilario82 alle ore 20:16 | link | commenti
categorie: roma, notizie, lumsanews
01/10/2008

Wall Street recupera e spera nel piano Paulson

FRANCIA E BELGIO SALVANO DEXIA. PERDE ANCORA UNICREDIT: -12,69


ROMA, 1 ott. 2008 - Recuperano i mercati dopo i 1000 miliardi di dollari bruciati a Wall Street nel “lunedì nero”. La borsa americana ha chiuso la seduta di ieri con forti rialzi: il Dow Jones ha segnato un +4,68%, il Nasdaq è salito del 4,97%, mentre l’S&P ha guadagnato il 5,27%. Solitamente ogni crollo di borsa attrae investitori a caccia di acquisti super scontati, ma la ripresa in atto segnala soprattutto che il mercato scommette sull’approvazione del piano del Governo Usa da parte del Congresso. Ieri il presidente George Bush ha fatto appello alla responsabilità dei parlamentari: “Se la nostra nazione continua in questa direzione, le conseguenze economiche saranno lunghe e dolorose”. Le ipotesi allo studio dopo la bocciatura del pacchetto da 700 miliardi non escludono nemmeno una manovra di riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, per riportare liquidità alle banche. Tuttavia il governatore Ben Bernanke non sembra intenzionato a farlo, dopo aver già abbassato il costo del denaro dal 5,25 al 2% in poco più di un anno. Più plausibile che la Federal Deposit Insurance – l’agenzia governativa che assicura i depositi bancari Usa – innalzi temporaneamente la soglia massima di assicurazione da 100mila a 250mila dollari. La proposta gode dell’appoggio di entrambi i candidati alla presidenza Barack Obama e John McCain, e aiuterebbe piccole imprese e risparmiatori a ritrovare la fiducia nel sistema del credito.
Dall’Europa arriva intanto l’appello delle istituzioni comunitarie a far presto: “La Commissione spera che una decisione venga presa rapidamente per l’interesse degli Stati Uniti e di tutto il mondo” ha detto il portavoce dell’Esecutivo comunitario Johannes Leitemberger, “deluso per la bocciatura del piano di Bush”. L’Unione si sta scoprendo sempre meno immune alla crisi in atto e aumentano i salvataggi pubblici degli istituti più esposti. Dopo il mega soccorso del gruppo bancario-assicurativo Fortis, per il quale i governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo hanno sborsato 11.2 miliardi di euro, eri è stato il turno della banca commerciale Dexia, di fatto nazionalizzata da Francia e Belgio con 6,6 miliardi. “C’era il rischio che Dexia non superasse la giornata” ha detto da Parigi il ministro dell’Economia Christine Lagarde. Operazioni sulle quali la Commissione Ue ha deciso di chiudere un occhio, benché si configurino come aiuti di Stato: “Quando c’è un problema di concorrenza tentiamo di agire senza mettere in discussione altri valori importanti come ad esempio la stabilità finanziaria” ha spiegato Josè Manuel Barroso.
A subire la crisi mondiale in Italia è soprattutto Unicredit: ieri il titolo è stato sospeso più volte per eccesso di ribasso, crollando del 12,69% e chiudendo a 2,72 euro. Il valore delle azioni Unicredit si è più che dimezzato nell’ultimo anno, perdendo il 56,61%, ed è ai minimi da 10 anni a questa parte. “L’unica banca italiana che ha rotto lo stampo nazionale per dispiegare le ali ben al di là del suo quartier generale di Milano, realizzando la metà dei suoi ricavi fuori dall’Italia, sta ora pagando il prezzo”, ha commentato il Financial Times nell’edizione online. “Nel clima odierno – scrive il quotidiano finanziario – essere una banca globale non sembra una così grande idea”. Ft loda invece la cautela della più “conservatrice” Intesa Sanpaolo. Ieri l’istituto di Corrado Passera ha tenuto, segnando un +0,71%, per un valore di 3,485 euro ad azione. Nell’ultimo mese ha guadagnato il 4,68%, mentre Unicredit ha perso il 29,49%.



ILARIO PIAGNERELLI
(LUMSA NEWS)

postato da: ilario82 alle ore 15:51 | link | commenti
categorie: notizie, lumsanews
30/06/2008

Good news

Dopo tanti fattacci che hanno afflitto la nostra università in questi giorni di mezz'estate, ecco qualche buona notizia.

Dal rapporto Repubblica/Censis sull'università italiana:

-LUMSA, Facoltà di Lettere: 1° tra le private in Italia; 3° considerando anche le pubbliche
-LUMSA, Facoltà di Giuriprudenza: 2° tra le private in Italia; 3° considerando anche le pubbliche
-LUMSA, Facoltà di Scienze della Formazione: 2° tra le private in Italia; 3° considerando anche le pubbliche.
postato da: ilario82 alle ore 22:29 | link | commenti
categorie: varie, lumsanews
25/06/2008

Iraq, attacco ai cosigli comunali

BAGHDAD. C’è anche un italiano tra le vittime dell’attentato che ieri, a Baghdad, ha provocato la morte di 10 persone. Abdul al Salal, questo il nome dell’uomo, aveva doppio passaporto, italiano e iracheno, e lavorava come interprete per il "Provincial recostruction team" della città. È stata la portavoce dell’ambasciata Usa a Baghdad, Mirembe Nantongo, a informare l’agenzia France Presse che fra i morti figurava anche «un cittadino italiano di origini irachene, probabilmente un consigliere culturale». La famiglia, secondo la Farnesina, risiederebbe in Canada. Nell’esplosione, avvenuta alle 9 di ieri mattina nel consiglio municipale di Sadr-City, sobborgo sciita di Baghdad, hanno perso la vita anche quattro americani e sei iracheni. Due degli statunitensi erano civili, dipendenti del Dipartimento di Stato e della Difesa, gli altri due militari. L’ordigno, potentissimo, è esploso nell’ufficio del vice-responsabile della circoscrizione, rimasto ferito. Era forse lui l’obiettivo. Un uomo è stato arrestato mentre cercava di abbandonare la scena. Sarebbe risultato positivo al test per i residui di esplosivo. La resistenza irachena ha rialzato la testa nelle ultime settimane, in vista delle elezioni provinciali che si svolgeranno a ottobre in tutto il Paese, e che sono considerate cruciali per rafforzarne la stabilità. Nonostante il cessate il fuoco dichiarato a fine aprile dal capo degli estremisti Moqtada al Sadr, alcuni miliziani si sono riorganizzati in quelli che il linguaggio militare Usa chiama "Gruppi speciali": le milizie equipaggiate e finanziate dall’Iran. Ci sono loro, secondo gli americani, dietro l’episodio di ieri e dietro la strage di 63 persone portata a termine con un camion-bomba nei pressi di Baghdad una settimana fa. Proprio ieri un rapporto del Pentagono puntava il dito sulle forze iraniane al Quds, che starebbero addestrando combattenti in Iraq. Teheran ha sempre respinto le accuse di sostegno alla guerriglia irachena: «Potete dire a Bush che accusando gli altri complicherà solo i suoi problemi nella regione - aveva detto il 3 marzo il presidente Mahmud Ahmadinejad, in visita all’omologo iracheno Jalal Talabani - gli americani devono accettare la realtà: il popolo iracheno non li ama». Secondo gli esperti di difesa, l’Iran starebbe cercando l’alleanza con sciiti e curdi - che temono il ritorno del dominio sunnita - per ottenere il controllo dell’Iraq. L’attacco di ieri rientrerebbe in questa strategia di destabilizzazione, che ha proprio le circoscrizioni comunali di Baghdad come bersaglio primario. Ieri mattina il responsabile del Consiglio municipale del quartiere meridionale di Abu Dishir, rapito il giorno prima, era stato trovato cadavere. E lunedì due soldati americani erano morti in una sparatoria nella circoscrizione di Madian, a 20 chilometri dalla capitale. Secondo gli ultimi dati disponibili, sarebbero almeno 250 i funzionari municipali uccisi in Iraq dal 2003 al luglio 2007. «I Gruppi speciali temono i progressi e hanno paura del potere della popolazione» ha semplificato il colonnello americano John Digiambattista, impegnato in pattuglie quotidiane per strappare i quartieri di Baghdad al controllo dei sadristi, che distribuiscono cibo e rifornimenti. Secondo uno studio dell’Accountability Office americano, la situazione in Iraq è molto peggiore di quanto si voglia far credere. In particolare, solo il 10% delle forze irachene sarebbe in grado di operare in autonomia.


Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 25 giugno 2008

postato da: ilario82 alle ore 22:32 | link | commenti
categorie: stage, lumsanews, ilsole240re
20/06/2008

Il capolavoro di SuperPippo

E' online la nuova sezione "chi siamo" di LumsaNews. Il Cons si è fatto il cosiddetto per realizzarla, e ci ha inseguito ovunque con e-mail al vetriolo nei nostri stage lungo la Penisola. Alla fine tutti (o quasi) hanno fornito foto, curriculum e lettera di presentazione. Ecco la pagina introduttiva... qui invece ci sono tutte le nostre fotine... e questo è il mio spazio personale. 

postato da: ilario82 alle ore 13:52 | link | commenti
categorie: lumsanews
16/06/2008

Kandahar, caccia all'uomo dopo l'attacco al carcere

KABUL. Kandahar è una città blindata, la mattina dopo l'attacco sferrato da un commando di talebani al carcere di Sarposa. Solo alla luce dell'alba si è avuta l'esatta misura di quanto avvenuto nella notte di venerdì. La prigione completamente distrutta, le torri di guardia crollate e la breccia nel portale, da cui sono fuggiti non meno di 900 detenuti. Lungo i marciapiedi, i commercianti cercano ciò che resta dei loro chioschi, e raccontano del boato e delle fiamme altissime. Le macchine rallentano per curiosare sulla scena del disastro, ma vengono subito allontanate dalle decine di poliziotti e militari che cingono tutto il perimetro del penitenziario. All'interno, dei 1052 detenuti presenti prima dell'incursione, ne restano solo 170. Ora è caccia ll'uomo a Kandahar. Caccia alle centinaia di evasi ma, soprattutto, a quei 390 mujaheddin tornati in forze alle milizie di Bin Laden. Ne sarebbero già stati catturati sei, nelle province vicine di Zhari e Panjwayi. Lo dice il ministro della Giustizia Qasim Hashimzai, determinato a braccare i fuggiaschi. Le forze della coalizione Isaf e le truppe regolari afghane collaborano nelle ricerche. I posti di blocco formano un cordone di sicurezza attorno alla città. Perquisiscono ogni auto o motocicletta che esca dal perimetro urbano. Nelle case, i rastrellamenti a tappeto cercano di stanare i galeotti tenuti nascosti da parenti o amici. Ma i prigionieri liberati sarebbero ormai lontani, "in una destinazione sicura", manda a dire, beffardo, il portavoce dei Taliban, Qari Mohammad Yousuf. Conferma a France Presse uno dei fuggitivi: "Ci sono venuti a prendere coi minibus. Ora siamo al sicuro". la rivendicazione dei guerriglieri ha chiarito a tutti la dinamica dell'operazione. Il linguaggio dei capi talebani è ormai quello dei generali Usa nei breefing con la stampa: "Abbiamo lanciato due veicoli contro il muro di cinta, tra cui un'auto-cisterna con 1800 chili di esplosivo. Poi i nostri mujaheddin in sella alle moto sono penetrati nella prigione". Infine la maxi-fuga e l'uccisione di 15 guardie con granate a razzo e fucili d'assalto. "Abbiamo pianificato l'attacco per mesi ed è uno dei nostri più grandi successi". Lo ha dovuto ammettere anche il generale dell'Isaf Carlos Branco: "L'operazione è stata un sucesso". Ma la beffa più amara l'hanno subita gli americani della missione Enduring Freedom: quei prigionieri, infatti, erano sotto la loro custodia, prima del trasferimento dei poteri alle autorità afghane. E il sospetto è che sia stata proprio una guardia afghana corrotta la "talpa" che ha reso possibile il blitz dei talebani nel carcere di Kandahar. 

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 15 giugno 2008


Kandahar, i talebani assaltano il carcere


Il carcere di Kandahar, un penitenziario di massima sicurezza, una delle prigioni più importanti di tutto l'Afghanistan, era stato tirato su col fango. Così ha avuto gioco facile il camion-bomba dei talebani a scardinarne il portale, attorno alle 9.30 di ieri sera, le 19 in Italia, provocando la fuga di circa 1.150 detenuti. Tra gli evasi - hanno riferito due ufficiali in servizio - c'erano anche 400 pericolosi militanti talebani. «Sono tutti fuggiti. Non c'è più nessuno», ha raccontato sconsolato il presidente del Consiglio provinciale di Kandahar, Wali Karzai, fratello del presidente afghano Hamid Karzai.Si sarebbe trattato di un attacco suicida, secondo il ministro della Giustizia, Sarwar Danish. Stando alla sua ricostruzione, prima un miliziano alla guida di un furgone imbottito di esplosivo si è lanciato contro l'ingresso del penitenziario. Poi altri due kamikaze hanno fatto crollare i due muri di recinzione. Intanto una scarica di razzi copriva la fuga forsennata delle centinaia di galeotti, scappati nel volgere di una mezz'ora. «Tutte le guardie sono state uccise e sono rimaste sotto le macerie», ha raccontato per telefono alla Reuters il direttore Abdul Qadir, mentre la cornetta trasmetteva, in sottofondo, uno strepito di colpi di fucile.Un attacco in grande stile, subito rivendicato dal portavoce dei talebani Qari Yousef Ahmadi, che ha parlato di attentatori suicidi e di 30 insorti in motocicletta.Si è consumata così, in una notte qualunque del deserto afghano, questa piccola Caporetto della guerra globale al terrorismo. Proprio all'indomani delle promesse europee di maggior impegno militare in Afghanistan, ultimo desiderio di un Bush a fine mandato. E proprio quando la comunità internazionale decideva alla Conferenza di Parigi di stanziare 20 miliardi di dollari per la ricostruzione del Paese. Nessun commento sull'accaduto dall'Isaf, la missione Nato di stanza in Afghanistan: «Siamo a conoscenza dell'attacco, ma non abbiamo ulteriori dettagli».

Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2008

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31/05/2008

I 60 anni della Costituzione - "Le radici della nostra storia"

>> PARTE 2° <<

Ecco l'ultimo speciale prodotto da me e dal prof. Di Salvo per la Lumsa. Si tratta un breve documentario celebrativo dei 60 anni della Costutuzione. Vengono presi in esame alcuni articoli dei principi fondamentali, commentati dal giudice della Consulta Ugo De Siervo e dal rettore Giuseppe Dalla Torre. Grazie a Silvia e Germano per la voce e ad Alberto per il supporto.
postato da: ilario82 alle ore 00:57 | link | commenti (3)
categorie: video, lumsanews
25/05/2008

La mia prima intervista in inglese. Ma quanto me la tiro...


Da RadioLumsa, il notiziario del 22 maggio, mio e di  Valeria Di Corrado. Non perdete lo straordonario (quanto idiota) servizio sul mal di scuola, l'intervista al ministro Frattini e, soprattutto, l'inchiesta sulla Responsabilità sociale d'impresa, con l'intervista a George Jaksch, manager della Chiquita (realizzata, in inglese, dal sottoscritto).
  

postato da: ilario82 alle ore 16:04 | link | commenti (3)
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