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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicita'. Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
24/03/2009

"La cura Obama è un palliativo, il vero nodo è il debito"

ROMA - Paolo Savona, 73 anni, economista, presidente di Unicredit Banca di Roma, è scettico sul maxi-piano di salvataggio dell’economia varato da Washington, al quale restano appese le speranze di uscita dalla crisi economica e finanziaria mondiale. Se non saranno risolti gli squilibri strutturali, primo fra tutti l’enorme indebitamento degli Usa, la storia è destinata a ripetersi.

Le nazionalizzazioni bancarie in atto in tutto il mondo hanno riportato in primo piano il ruolo dello Stato, un’entità che si pensava in via di dissolvimento a causa della globalizzazione. Tornerà anche lo statalismo? Quando c’è una grave crisi e si prospetta un costo sociale eccessivo, inevitabilmente devi usare lo strumento dello Stato, però deve restare uno strumento, non va perseguito come fine. Considerare strumentale l’intervento pubblico significa che, cessata l’emergenza, questo automaticamente cessa. La statalizzazione, nei sistemi del socialismo reale e del comunismo, era invece un fine della società. Al contrario, nel caso del liberismo spinto, si usava il laissez faire, il lasciar fare, per non avere nessuna responsabilità sociale, si creava una specie di stato di natura dove il più forte vinceva e il più debole veniva abbandonato. Il problema ancora irrisolto nelle società moderne, dopo un’esperienza di statalismo e una di liberismo, è che non si è trovata la giusta collocazione alle strutture intermedie, cioè l’ambito del volontariato, dell’adesione del singolo alle idee di socialità e di collettività.

I grandi della terra stanno cercando con difficoltà di riscrivere le regole della finanza mondiale. Riuscirà il G8 della Maddalena, e prima ancora il G20 di Londra e il vertice Usa-Ue di Praga, a varare un nuovo sistema regolatorio? L’evoluzione economica, e soprattutto quella finanziaria che è più rapida, richiedono continue ri-regolamentazioni del sistema. Gli economisti sanno bene che, fatta una regola, il mercato si industria e riesce ad aggirarla, per cui bisogna ri-regolare in continuazione. La legge non avrà mai il potere di imporre l’etica, certo può disincentivare, però già Beccaria ci ha insegnato che non sono le pene a ridurre i delitti. L’etica nasce solo con l’educazione della coscienza, con la rule of the law, la regola del rispetto della legge.

Funzionerà il piano di Obama da 800 miliardi di dollari per il salvataggio dell’economia Usa? Se il piano di Obama, come il precedente piano d’intervento Paulson, cade in un sistema dove gli squilibri delle bilance estere non vengono mai raddrizzati, può solo tamponare la crisi ma non rimetterà in sesto il meccanismo di sviluppo globale. Le radici della crisi sono infatti nella politica degli Stati Uniti, che vogliono vivere al di sopra delle proprie risorse prendendo il risparmio dagli altri, quindi creando moneta in dollari e vendendo titoli, alcuni dei quali anche tossici. Bisogna mettere mano a questo meccanismo.

Difficilmente Obama riuscirà a intaccare questi squilibri, visto che su di essi si basa gran parte della prosperità americana... Gli americani vogliono vivere bene. Ma bisogna dire loro la verità. E la verità è che non possono continuare ogni anno ad accendere dagli ottocento ai mille miliardi di debito estero. Obama probabilmente non ha ancora capito che il problema è nei disequilibri. Anche la maggioranza degli economisti americani non ha mai posto il problema in questo modo. Loro la vedono in termini keynesiani: “manca la domanda”. No, non manca la domanda, c’è al contrario un eccesso di domanda che porta al disavanzo. Gli ultimi dati parlano di oltre il 6 per cento di caduta del Pil americano, ma allo stesso tempo ci sono ancora 750 miliardi di disavanzo di bilancio corrente: significa che è caduto il Pil, ma ciononostante gli Usa stanno continuando a indebitarsi sull’estero per cifre incredibili.

Eppure la Commissione europea, nell’accettare il piano di stabilità dell’Italia, ha ammesso una temporanea espansione del debito L’indebitamento è uno strumento in più ma non è certo il modo di uscire dalla crisi italiana. La nostra è prima di tutto una crisi di competitività, quindi dobbiamo cercare di aumentare la produttività. Questo lo ripeteremo all’infinito, i sindacati non vogliono stare a sentire, la politica continua a promettere assistenza, e quindi la gente non si rimbocca le maniche per lavorare più seriamente che in passato. Non sto dicendo che in Italia non si lavora: dobbiamo solo lavorare di più se vogliamo mantenere il tenore di vita che abbiamo.

In che misura Unicredit Banca di Roma, di cui lei è presidente, usufruirà degli aiuti di Stato alle banche, i cosiddetti “Tremonti bond”? Non entro nei dettagli della gestione, anche perché essendo parte in causa il mio giudizio non avrebbe valore. Penso che i Tremonti bond siano utili nei momenti di crisi, ma certamente non riaprono il canale del credito. Ne agevolano la riapertura, ma il canale del credito si riapre quando si ristabilisce un minimo di fiducia nel futuro.


ILARIO PIAGNERELLI (LUMSA NEWS)
postato da: ilario82 alle ore 23:37 | link | commenti
categorie: economia, lumsanews