Se il cessate il fuoco siglato a giugno con Israele sembra reggere malgrado le violazioni, riparte nella Striscia di Gaza la guerra fratricida tra Hamas e al Fatah. Il misterioso attentato di venerdì, una bomba sotto un'auto che ha ucciso cinque miliziani di Hamas e una bambina sulla spiaggia di Gaza City, ha infatti scatenato una nuova faida tra il movimento integralista palestinese e Fatah, l'ala moderata del presidente Abu Mazen. Ieri le forze di sicurezza di Hamas, che amministra la Striscia dal giugno 2007, hanno fatto irruzione in 41 uffici di Fatah e arrestato 200 iscritti. Li accusano di essere i mandanti dell'attacco: "I membri del partito fuggitivo vogliono far ritornare Gaza nel caos e nel terrore dominanti prima che Hamas prendesse il controllo". Già durante i funerali delle vittime migliaia di persone avevano invocato "vendetta". Ma Fatah respinge ogni imputazione e suggerisce che l'atto terroristico sia figlio di una lotta intestina alla stessa Hamas: "Vogliono solo coprire i loro dissidi". Tuttavia una rivendicazione dell'attentato è arrivata, e chiama in causa proprio il partito moderato. Il sedicente gruppo delle Brigate di al-Awda, che si dice vicino a Fatah, nel comunicato minaccia di morte i capi di Hamas. Le bombe di Gaza e gli arresti di ieri mettono in pericolo l'accordo di riconciliazione che le due fazioni avevano raggiunto a fine marzo nella capitale dello Yemen, Sanaa, dove dopo più di un anno di ostilità si erano impegnate a riprendere i colloqui in nome "dell'unità del territorio, del popolo e dell'Autorità palestinese". La tregua yemenita rischia così di diventare una breve parentesi nella guerra civile palestinese, iniziata nel 2006 con lo scioglimento del Governo di Hamas da parte del presidente Abu Mazen e conclusasi sette mesi e 300 morti dopo con la Striscia di Gaza sotto il controllo della stessa Hamas e la Cisgiordania in mano a Fatah.
Sempre ieri, si è riaccesa anche la miccia della guerriglia libanese, che oppone i sunniti filogovernativi alla minoranza sciita degli alawiti, sostenuta da Siria e Iran e dal partito estremista Hezbollah. Teatro degli scontri è ancora la città settentrionale di Tripoli, dove nei sobborghi di Bab Tabbaneh e Jabal Mohsen sono rimaste uccise 9 persone, compreso un ragazzino di 10 anni. L'esercito, inviato per sedare la crisi, è pronto a usare la forza contro chi violerà il cessate il fuoco. Il conflitto tra le due comunità, iniziato a fine giugno e costato 14 morti, si era affievolito con l'ingresso di Hezbollah nel nuovo Governo di unità nazionale di Fouad Siniora.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 27 luglio 2008
Si farà il processo ai membri della Ergenekon, l’organizzazione clandestina nazionalista e ultralaicista sospettata di preparare un colpo di stato contro il Governo islamico-moderato del premier Tayyip Erdogan. La tredicesima Corte penale di Istanbul ha infatti accettato i capi d’accusa contenuti nelle 2500 pagine con le quali il procuratore generale Aykut Cengiz Engin incriminava di attività eversiva 86 sospettati, di cui 48 in custodia da inizio luglio e 26 arrestati mercoledì in un’imponente retata. Tra loro avvocati, uomini d’affari, giornalisti e, soprattutto, militari in pensione, come l’ex generale Sener Eruygur. L’imputazione è di «finalità terroristiche e incitazione alla rivolta armata». Gli affiliati avrebbero tentato di destabilizzare il Paese e di trascinarlo nel caos, contrapponendo la popolazione e creando turbolenze nei mercati finanziari. Le operazioni dovevano scattare con una serie di manifestazioni in tutta la Turchia, organizzate attraverso l’Add, associazione "kemalista" che difende il pensiero di Ataturk, padre della Turchia laica e moderna. La vicenda si inserisce nel braccio di ferro tra gli ambienti laici e il partito di governo Akp, che rischia lo scioglimento da parte della Corte costituzionale per «attività anti-laiche». Secondo gli analisti il Governo starebbe così usando lo «spauracchio» di Ergenekon per tenere sotto pressione gli avversari ed evitare le elezioni anticipate.
Ilario Piagnerelli, il Sole 24 Ore - 26 luglio 2008
Dopo la cattura del criminale di guerra Radovan Karadzic, la Serbia compie un altro gesto di distensione nei confronti dell’Unione europea. Il Governo di Belgrado ha disposto l’immediato rientro in servizio dei propri ambasciatori nei Paesi Ue che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. All’indomani dell’unilaterale secessione di Pristina dallo Stato serbo, il 17 febbraio, l’ex premier nazionalista Vojislav Kostunica aveva infatti ritirato i rappresentanti della repubblica balcanica da oltre 40 Paesi, tra cui gli Stati Uniti e gran parte dell’Unione europea (20 membri su 27). Tutti colpevoli di aver accordato lo status di nazione indipendente alla regione separatista serba. Il reintegro riguarda per il momento solo 11 sedi diplomatiche, tra cui Roma, Parigi, Londra e Berlino. Questo non significa che la Serbia sia disposta ad accettare lo strappo del Kosovo, né a rinunciare alla «battaglia legale per l’integrità territoriale», ha precisato il ministro degli Esteri Vuc Jeremic. Si tratta, piuttosto, di una scelta di necessità, lascia intendere il ministro dell’Ambiente Oliver Dulic: «Stiamo facendo tutto il possibile per ottenere lo status di candidati Ue entro l’anno. I nostri ambasciatori in Europa faranno lobby in tal senso». Il primo passo sarà l’annunciata ratifica dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con Bruxelles. Frutto della svolta europeista impressa al Paese dalla coalizione liberal-democratica del primo ministro Mirko Cvetovic, che gode anche dell’appoggio degli ex-socialisti di Milosevic. «La Serbia fa sul serio», era stato il commento delle istituzioni comunitarie all’arresto di Karadzic. L’opposizione nazionalista ha invece bollato la novità sulle ambasciate come «una resa definitiva» all’Ue.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 25 luglio 2008
Milano, via Monte Rosa, ore 22.45. Il tempo di uno scatto veloce al "mio" giornale che non dorme mai, prima di correre in metro. La strada è tranquilla, la cena in mensa era buona. Oggi non solo brevi, sono soddisfatto. Tutto va come deve. Ma domani? Mi precipito in metro senza pensarci.
Le intemperanze svizzere del rampollo di casa Gheddafi stanno costando un’acuta crisi diplomatica tra Tripoli e Berna, con ripercussioni economiche che coinvolgono compagnie aeree, sedi di multinazionali e, in prospettiva, banche e forniture petrolifere. Questi i fatti. Lo scorso 15 luglio Motassim Bilal Gheddafi detto Hannibal, 32 anni, figlio del leader libico, è stato incriminato a Ginevra per aver picchiato, insultato e tenuto segregati nella suite due inservienti dell’hotel President Wilson, dove soggiornava con la moglie Aline, prossima al parto. Dopo due giorni in cella, Hannibal è stato liberato su cauzione grazie a 300mila euro pagati da papà Muammar. Che ovviamente non ha mandato giù il boccone e, furioso, ha scatenato da ieri una dura rappresaglia economica e diplomatica contro il Paese elvetico. La prima mossa del colonnello è stata la sospensione dei visti d’ingresso ai cittadini svizzeri. Poi il blocco di due dei tre voli settimanali che la Swiss Air opera tra Zurigo e Tripoli e la parallela riduzione di quelli della compagnia di bandiera Afriqiyah diretti a Ginevra. Ragioni «tecnico-operative», la spiegazione. In un’escalation di ritorsioni, il Governo di Tripoli ha in seguito emanato un ordine di chiusura per tutte le imprese rossocrociate presenti nel Paese. La polizia ha posto i sigilli alla sede di rapresentanza della Nestlè e agli uffici del colosso dell’elettrotecnica Abb. Due dipendenti delle compagnie sono stati arrestati e interrogati. Anche qui, giustificazioni di comodo dalle autorità: irregolarità nella compilazione di alcuni formulari. Puntuale è arrivata la reazione di Berna, che ha istituito un’unità di crisi e inviato a Tripoli una delegazione diretta dall’ambasciatore Pierre Helg. I diplomatici stanno cercando da ieri sera di ottenere la liberazione dei connazionali e la riapertura delle aziende. «Cerchiamo di evitare una crisi diplomatica tra la Libia e la Svizzera», ha detto il portavoce del dipartimento federale degli Affari esteri Jean-Philippe Jeannerat, che ha invitato i cittadini svizzeri a non recarsi nel Paese nordafricano. Dietro le preoccupazioni elvetiche c’è la consapevolezza dei fortissimi interessi economici che legano i due Paesi, con Berna in palese condizione di svantaggio (1,4 miliardi di franchi il saldo negativo della bilancia commerciale con la Libia).Tripoli fornisce al Paese alpino quasi il 50% del suo fabbisogno di greggio: 60mila barili al giorno esportati attraverso la Tamoil, che ha sede proprio a Ginevra. Ieri sera 200 militanti dei comitati rivoluzionari «pronti a difendere Gheddafi e la sua famiglia» hanno manifestato davanti all’ambasciata elvetica, minacciando il blocco petrolifero e il ritiro dei depositi dalle banche svizzere se non giungeranno scuse ufficiali. Berna rischia anche di perdere i ricchi appalti in infrastrutture idrauliche, elettriche e turistiche che la Libia sta realizzando sul proprio territorio. E la crisi ha tutto il tempo per precipitare ancora, visto che il processo svizzero a carico di Gheddafi junior e consorte - i due rischiano fino a tre anni di detenzione - potrebbe durare diversi mesi.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 24 luglio 2008
È scattata l’operazione "Ultima possibilità" in Sudamerica, per catturare Aribert Heim, alias il "Dottor morte" di Mauthausen, in cima alla lista nera dei dieci criminali nazisti più ricercati al mondo. Heim, oggi 94enne, con i suoi crudeli esperimenti medici uccise almeno 300 deportati del lager di Mauthausen, in Austria. A dargli la caccia è il Simon Wiesenthal Center, che opera per assicurare alla giustizia gli ultimi carnefici dei campi di concentramento. Il direttore Efraim Zuroff ha riferito che Heim sarebbe stato visto di recente in Sudamerica. «È molto fragile, ma può ancora camminare», ha detto Zuroff in conferenza stampa a Buenos Aires, rifiutandosi però di fornire dettagli. Secondo indiscrezioni, l’avvistamento sarebbe avvenuto a Puerto Montt, in Cile, dove vive una figlia del ricercato, o nella vicina Bariloche, in Argentina, dove la donna si reca spesso. Gli inquirenti (il Wiesenthal collabora con la polizia tedesca) basavano la convinzione che Heim fosse vivo sul fatto che i figli non hanno mai reclamato in eredità una proprietà valutata per milioni, e che i suoi avvocati in Germania hanno richiesto alcuni documenti utili a fini processuali. Ora che si hanno prove della sua esistenza in vita, il Centro Wiesenthal offrirà 315mila euro a chi fornirà informazioni. La taglia è anche un modo per far sentire l’ex SS col fiato sul collo: «La gente sotto pressione commette errori», ha spiegato Zuroff, che si dice «ottimista» di poterlo trovare. È lunga la lista delle atrocità compiute dal medico austriaco. Si dice che regalasse paralumi confezionati con la pelle delle sue vittime e che iniettasse veleni, persino petrolio, direttamente nel cuore dei pazienti. Racconta un testimone che una volta smembrò un ragazzo, sotto anestesia per un banale intervento al piede, e ne bollì la testa per rimuovere la pelle ed esporne il cranio. Dopo la guerra, Aribert Heim si rifece una vita come ginecologo a Baden-Baden in Germania, ma dovette darsi alla fuga quando, nel 1962, fu spiccato contro di lui un mandato di cattura internazionale. Per scovarlo, Efraim Zuroff è giunto in America latina il 6 giugno scorso.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 19 luglio 2008
Malta, ormai da quattro giorni, è ridotta alla paralisi. In piena stagione turistica non si trova più un autobus o un taxi che circoli nell’isola. La decisione del Governo di aumentare le licenze per il trasporto funebre, oggi 12 in tutto, ha scatenato uno sciopero di proporzioni mai viste. Insieme ai necrofori dell’Associazione dei carri funebri sono scesi in strada i conducenti dei bus autostradali, dei taxi e dei tipici mini-bus rossi che scarrozzano i turisti per le vie della Valletta. Tutti consci che la deregulation colpirà ogni monopolio nel settore dei trasporti. Lo chiede l’Unione Europea, della quale Malta fa parte dal 2004, e lo ha ribadito il ministro dei Trasporti Austin Gatt: «La liberalizzazione è una buona cosa per il Paese». Ieri si sono verificati tafferugli tra manifestanti e polizia e 10 insorti sono stati arrestati. Il blocco è scattato alle sei di lunedì mattina. Da allora centinaia di mezzi disposti lungo le principali vie d’accesso cingono d’assedio la capitale e i resort di Sliema e San Giljan e presidiano porto e aeroporto. I turisti in arrivo (al ritmo di 10mila al giorno) cercano come possono di raggiungere gli alberghi. Si tratta di aspettare ore sotto il caldo da 30 gradi. All’aeroporto di Luqa gli studenti di inglese in vacanza studio espongono cartelli con scritto "Valletta", nella speranza che qualcuno li carichi. Gli autisti privati sono stati autorizzati a comportarsi come tassisti, a 15 euro a corsa, ma i tassisti con licenza attaccano qualsiasi mezzo alternativo, rubano le chiavi delle auto e spaccano i parabrezza delle navette disposte dagli hotel. Il Governo ha dovuto interrompere i servizi d’emergenza, perché gli insorti costringono i militari alla guida dei veicoli requisiti a lasciare gli abitacoli. Intanto è emergenza negli obitori, che devono congelare i corpi per l’impossibilità di svolgere funerali. Al Mater Dei hospital 24 cadaveri (erano 12 solo due giorni fa) attendono la sepoltura in freezer la cui capacità non supera i 54 corpi. La Federazione dei trasporti rifiuta per ora qualsiasi trattativa. Il leader Victor Spite minaccia anzi lo sciopero a oltranza «se la liberalizzazione dei servizi funebri non sarà annullata».
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 17 luglio 2008
VERSIONE INTEGRALE - Malta, lo sciopero dei carri funebri paralizza l'isola
Con una popolazione di 400mila abitanti - quasi il doppio d’estate - distribuiti sui soli 316 chilometri quadrati dell’isola, il traffico è un vero incubo a Malta. Così, tutte le guide turistiche consigliano, da sempre, di servirsi dei mezzi pubblici. Solo che Malta, ormai da quattro giorni, è paralizzata. E proprio in piena stagione turistica non si trova più un autobus o un taxi disposto a trasportare i vacanzieri. La decisione del governo di concedere nuove licenze per il trasporto funebre, oggi solo 12 in tutta l’isola, ha scatenato uno sciopero di proporzioni mai viste nel Paese. Insieme ai necrofori, riuniti nell’Associazione dei carri funebri, sono scesi in strada i conducenti dei bus autostradali, dei taxi e dei tipici mini-bus rossi che scarrozzano i turisti per le vie della Valletta. Tutti consci che la deregulation colpirà ogni monopolio nel settore dei trasporti. Lo chiede l’Unione Europea, della quale Malta fa parte dal 2004, e lo ha detto il ministro dei Trasporti Austin Gatt: «La liberalizzazione è una buona cosa per il Paese». Sulla questione il Governo nazionalista ha il pieno appoggio dell'opposizione laburista. E chi fin’ora ha fatto affari d’oro caricando orde di visitatori, adesso protesta inferocito. Il blocco totale è scattato alle sei di lunedì mattina. Da allora centinaia di mezzi incolonnati lungo le principali vie d’accesso cingono d’assedio la capitale e presidiano porto e aeroporto. Isolati anche i resort di Sliema e San Giljan. Ieri si sono verificati tafferugli tra manifestanti e polizia e 10 insorti sono stati arrestati. Le forze dell'ordine sono anche riuscite a rompere il blocco che impediva ai passeggeri della crociera Norwegian Gem di lasciare la banchina del porto, ma la situazione in rada è presto tornata la stessa. I turisti in arrivo (al ritmo di 10mila al giorno) cercano come possono di raggiungere gli alberghi. Si tratta di aspettare ore sotto il caldo da 30 gradi. All’aeroporto di Luqa gli studenti di inglese in vacanza studio espongono cartelli con scritto "Valletta", nella speranza che qualcuno li carichi. Gli autisti privati sono stati autorizzati a comportarsi come tassisti, a 15 euro a corsa, ma i tassisti con licenza attaccano qualsiasi mezzo alternativo, rubano le chiavi delle auto e spaccano i parabrezza delle navette disposte dagli hotel. Il Governo ha requisito alcuni veicoli per i servizi d’emergenza, ma gli insorti costringono i militari alla guida a lasciare gli abitacoli. Ed è emergenza negli obitori, dove i corpi vengono congelati per l’impossibilità di svolgere funerali. L’unico necroforo ancora a lavoro si è infatti arreso alla paura, nonostante la scorta della polizia. Al Mater Dei hospital 24 cadaveri (erano 12 fino a martedì) attendono la sepoltura in freezer la cui capacità non supera i 54 corpi. La Federazione dei trasporti ha finora rifiutato qualsiasi trattativa. Il leader Victor Spite minaccia anzi lo sciopero a oltranza «se la liberalizzazione dei servizi funebri non sarà annullata». L’organizzazione sta inviando SMS minatori ai membri che non partecipano ai blocchi. «Abbiamo i nomi», recitano i messaggi. Intanto la Malta Transport Authority ha sospeso il sussidio di 60 al giorno di cui beneficiano i proprietari di autobus: «Non possiamo più sostenere un servizio fermo a 40-50 anni fa», ha detto il ministro Gatt. Qualcuno alla fine dovrà fare il conto dei danni che la serrata sta provocando all'economia. Il turismo è infatti la prima industria dell'isola e compone il 25% della ricchezza complessiva. La Camera di commercio di parla già di «effetti devastanti».
Ilario Piagnerelli
MILANO - Due soldati italiani in pattuglia anti-mortaio nell’Ovest dell’Afghanistan sono rimasti feriti in un’imboscata tesa dai guerriglieri al passaggio della loro camionetta. Sono l’aviere Francesco Manco, 27 anni di Zollino (Lecce), che ha riportato fratture alla gamba e al braccio destro, e il tenente Gabriele Rame, 29 anni di Monte Sarchio (Benevento), contuso a una gamba. «Si tratta di ferite da scoppio, le loro condizioni sono serie ma non sono in pericolo di vita», hanno rassicurato dal contingente. È successo ieri alle 19.45 ora locale, le 17.15 in Italia, a Shiwashan, due chilometri a Sud del capoluogo Herat, provincia a responsabilità italiana. I militari, del 16mo stormo Fucilieri dell’aria dell’Aeronautica militare, fanno parte della "Forward support base", un nucleo a comando spagnolo. Erano in perlustrazione anti-mortaio a bordo del veicolo leggero "Lince", quando sono stati colpiti da una pioggia di razzi Rpg di fabbricazione russa e da raffiche di kalashnicov. Hanno risposto al fuoco mettendo in fuga gli aggressori. I due feriti sono stati immediatamente trasportati a Herat a bordo di un elicottero spagnolo Superpuma, scortato da un A-129 Mangusta dell’Esercito. I medici dell’ospedale da campo Role2 li hanno sottoposti a intervento chirurgico. Non è la prima volta che i nuovissimi fuoristrada Lince, definiti "Veicolo Tattico Leggero Multiruolo" o "Hummer italiano", diventano bersaglio dei ribelli talebani. L’8 settembre 2006 un Lince con a bordo quattro militari fu seriamente danneggiato da un ordigno posto sul ciglio della strada a Farah. Anche allora i soldati rimasero feriti. Per questo l’Iveco ha reso disponibile un apposito kit di blindatura che aumenta la difesa contro il munizionamento perforante. Si vedrà se l’unità di pattuglia a Shiwashan ne era equipaggiata. «Stiamo seguendo la vicenda minuto per minuto», ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa, intervenendo in diretta telefonica al Tg1. «Si tratta di una zona normalmente abbastanza tranquilla - ha aggiunto - ma questo dimostra che, senza bisogno di cambiare nessun atteggiamento, non c’è in realtà nessuna zona tranquilla quando si è in missione di pace». Una risposta alle polemiche dei mesi scorsi sul ventilato cambiamento delle regole d’ingaggio del contingente di stanza in Afghanistan. Con la recrudescenza degli attacchi talebani e la richiesta di maggiore impegno avanzata agli alleati dal presidente americano George Bush, si temeva infatti che la Difesa potesse rivedere i "caveat" che impediscono agli italiani di partecipare ad azioni di guerra. Secondo gli agenti dei servizi segreti, che si sono subito messi al lavoro, l’attacco sarebbe comunque una risposta all’annunciato rinforzo italiano nell’Ovest, dove saranno schierati altri 500 soldati. «Ogni giorno sono vicino a tutti gli aviatori che in diverse parti del mondo garantiscono la pace e la salvaguardia delle libere istituzioni», ha detto il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Daniele Tei.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 10 luglio 2008