La Serbia adesso può avere un Governo. Il presidente della repubblica Boris Tadic ha sciolto la riserva e affidato al ministro uscente delle Finanze Mirko Cvetkovic l’incarico di formare un nuovo esecutivo. Laureato in economia, 58 anni, il premier designato è stato consulente della Banca mondiale e direttore dell’Agenzia per le privatizzazioni. Con lui la Serbia dovrà saltare l’ostacolo Kosovo e accelerare il processo di adesione all’Unione europea, già avviato con l’Accordo di stabilizzazione e associazione siglato il 29 aprile. Il Governo - la cui nascita è prevista per la prossima settimana - avrà tra i 26 e i 28 ministri. Per Belgrado è la fine di un limbo che durava dalle elezioni anticipate dell’11 maggio e, ancor prima, dalla lunga crisi politica del precedente Governo nazionalista di Vojislav Kostunica. La ritrovata stabilità si deve alla scelta del Partito socialista serbo di Ivica Dacic (Sps) di appoggiare la coalizione "Per una Serbia europea" del presidente Tadic (Partito democratico), che alle elezioni di maggio aveva vinto, ma con il 38% non aveva i numeri per la maggioranza in Parlamento. In economia, dal primo ministro Cvetkovic ci si aspetta il taglio della spesa pubblica e il rilancio delle privatizzazioni. Un processo, quest’ultimo, che «ha subìto troppi ritardi», lamentava ieri Radovan Jelasic, governatore della Banca centrale. Timori si appuntano sul probabile aumento delle pensioni, pegno da pagare ai socialisti eredi di Milosevic, che proprio sulla giustizia sociale avevano barattato l’appoggio ai democratici di Tadic. Ma la partita del nuovo Esecutivo si gioca soprattutto in Kosovo. In campagna elettorale il presidente Tadic si era speso per l’integrità territoriale della Serbia, ma è chiaro a tutti che per il Governo rinunciare alle ambizioni su Pristina potrebbe essere il lasciapassare per l’Europa. È tuttavia difficile che Belgrado accetti di rinunciare alle città a maggioranza serba del nord del Kosovo. Come Mitrovica, dove proprio oggi il ministro serbo per il Kosovo Slobodan Samardzic presenzierà all’insediamento dell’autoproclamatosi Parlamento dei serbi in Kosovo, «una struttura illegale e inaccettabile» secondo il presidente kosovaro Fatmir Sejdiu. A Mitrovica si teme un’escalation delle tensioni etniche tra serbi e albanesi.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 28 giugno 2008
Articolo mOOlto interessante sugli effetti che Internet sta avendo sulla nostra mente. Mi ci ritrovo in pieno. Click qui per leggere (è in inglese, ma niente paura con l'aiuto del vocabolario online). Qualche estratto qui sotto.
«Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter».
«È vero, immersi come siamo nel "multitasking mentale" appena ci sediamo per leggere un documento di qualche pagina o un libro, ci sentiamo a disagio dopo pochi paragrafi. Voltiamo pagina e siamo già pronti per un link».
«Ormai riesco a digerire la scrittura solo a piccoli blocchi. Datemi un testo di più pagine e vengo subito assalito dal desiderio incontenibile di controllare la mia posta elettronica. È tutto così dispersivo».
BAGHDAD. C’è anche un italiano tra le vittime dell’attentato che ieri, a Baghdad, ha provocato la morte di 10 persone. Abdul al Salal, questo il nome dell’uomo, aveva doppio passaporto, italiano e iracheno, e lavorava come interprete per il "Provincial recostruction team" della città. È stata la portavoce dell’ambasciata Usa a Baghdad, Mirembe Nantongo, a informare l’agenzia France Presse che fra i morti figurava anche «un cittadino italiano di origini irachene, probabilmente un consigliere culturale». La famiglia, secondo la Farnesina, risiederebbe in Canada. Nell’esplosione, avvenuta alle 9 di ieri mattina nel consiglio municipale di Sadr-City, sobborgo sciita di Baghdad, hanno perso la vita anche quattro americani e sei iracheni. Due degli statunitensi erano civili, dipendenti del Dipartimento di Stato e della Difesa, gli altri due militari. L’ordigno, potentissimo, è esploso nell’ufficio del vice-responsabile della circoscrizione, rimasto ferito. Era forse lui l’obiettivo. Un uomo è stato arrestato mentre cercava di abbandonare la scena. Sarebbe risultato positivo al test per i residui di esplosivo. La resistenza irachena ha rialzato la testa nelle ultime settimane, in vista delle elezioni provinciali che si svolgeranno a ottobre in tutto il Paese, e che sono considerate cruciali per rafforzarne la stabilità. Nonostante il cessate il fuoco dichiarato a fine aprile dal capo degli estremisti Moqtada al Sadr, alcuni miliziani si sono riorganizzati in quelli che il linguaggio militare Usa chiama "Gruppi speciali": le milizie equipaggiate e finanziate dall’Iran. Ci sono loro, secondo gli americani, dietro l’episodio di ieri e dietro la strage di 63 persone portata a termine con un camion-bomba nei pressi di Baghdad una settimana fa. Proprio ieri un rapporto del Pentagono puntava il dito sulle forze iraniane al Quds, che starebbero addestrando combattenti in Iraq. Teheran ha sempre respinto le accuse di sostegno alla guerriglia irachena: «Potete dire a Bush che accusando gli altri complicherà solo i suoi problemi nella regione - aveva detto il 3 marzo il presidente Mahmud Ahmadinejad, in visita all’omologo iracheno Jalal Talabani - gli americani devono accettare la realtà: il popolo iracheno non li ama». Secondo gli esperti di difesa, l’Iran starebbe cercando l’alleanza con sciiti e curdi - che temono il ritorno del dominio sunnita - per ottenere il controllo dell’Iraq. L’attacco di ieri rientrerebbe in questa strategia di destabilizzazione, che ha proprio le circoscrizioni comunali di Baghdad come bersaglio primario. Ieri mattina il responsabile del Consiglio municipale del quartiere meridionale di Abu Dishir, rapito il giorno prima, era stato trovato cadavere. E lunedì due soldati americani erano morti in una sparatoria nella circoscrizione di Madian, a 20 chilometri dalla capitale. Secondo gli ultimi dati disponibili, sarebbero almeno 250 i funzionari municipali uccisi in Iraq dal 2003 al luglio 2007. «I Gruppi speciali temono i progressi e hanno paura del potere della popolazione» ha semplificato il colonnello americano John Digiambattista, impegnato in pattuglie quotidiane per strappare i quartieri di Baghdad al controllo dei sadristi, che distribuiscono cibo e rifornimenti. Secondo uno studio dell’Accountability Office americano, la situazione in Iraq è molto peggiore di quanto si voglia far credere. In particolare, solo il 10% delle forze irachene sarebbe in grado di operare in autonomia.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 25 giugno 2008
GAZA. E' entrato in vigore alle sei di ieri mattina il cessate il fuoco tra Israele e la Striscia di Gaza. Una tregua "fragilissima" per ammissione degli stessi promotori, ma che per ora sembra tenere. Si è temuto il peggio solo quando, pochi minuti dopo l'inizio del coprifuoco, una motovedetta israeliana ha lanciato colpi di avvertimento contro un peschereccio. Ma ora non si spara più. A Gaza i miliziani di Hamas sono spariti dalle strade e nel Neghev gli agricoltori sono tornati sui campi, perché da oltre il muro non piovono più i razzi Qassam. Il periodo di calma, mediato dall'Egitto, dovrebbe durare sei mesi ed è la prima cessazione delle ostilità da quando, un anno fa, Hamas ha preso il controllo della Striscia, dando il via allo stillicidio dei razzi su Israele, e dei raid israeliani su Gaza. Niente fanfare o strette di mano per l'avvio del nuovo corso. Le due fazioni continuano anzi a lanciarsi avvertimenti minacciosi. "E' l'ultima opportunità data al movimento islamico, la nostra pazienza è arrivata al termine", mette in guardia il premier israeliano Ehud Olmert. "La palla è nel campo israeliano, il cessate il fuoco non è un regalo, né è gratuito", rispondono le brigate Ezedin al -Qassam, il braccio militare di Hamas. e in effetti la tregua ha un prezzo. Da domenica, lo Stato ebraico riaprirà i varchi di Gaza a 90 camion con viveri, medicinali e carburanti, mentre martedì, al Cairo, cominceranno i negoziati per il rilascio del caporale israeliano Gilad Shalit. Un primo gesto è arrivato ieri sera da Israele con la liberazione, ordinata da una corte militare, di un parlamentare di Hamas. Segna invece il passo la trattativa di Israele con Damasco sulle alture del Golan. Il presidente siriano Bashar Assad ha escluso che incontrerà Olmert a margine della Conferenza euromediterranea di Parigi il 13 luglio: "Prima - dice- bisogna porre le basi".
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 20 giugno 2008
E' online la nuova sezione "chi siamo" di LumsaNews. Il Cons si è fatto il cosiddetto per realizzarla, e ci ha inseguito ovunque con e-mail al vetriolo nei nostri stage lungo la Penisola. Alla fine tutti (o quasi) hanno fornito foto, curriculum e lettera di presentazione. Ecco la pagina introduttiva... qui invece ci sono tutte le nostre fotine... e questo è il mio spazio personale.
KABUL. Kandahar è una città blindata, la mattina dopo l'attacco sferrato da un commando di talebani al carcere di Sarposa. Solo alla luce dell'alba si è avuta l'esatta misura di quanto avvenuto nella notte di venerdì. La prigione completamente distrutta, le torri di guardia crollate e la breccia nel portale, da cui sono fuggiti non meno di 900 detenuti. Lungo i marciapiedi, i commercianti cercano ciò che resta dei loro chioschi, e raccontano del boato e delle fiamme altissime. Le macchine rallentano per curiosare sulla scena del disastro, ma vengono subito allontanate dalle decine di poliziotti e militari che cingono tutto il perimetro del penitenziario. All'interno, dei 1052 detenuti presenti prima dell'incursione, ne restano solo 170. Ora è caccia ll'uomo a Kandahar. Caccia alle centinaia di evasi ma, soprattutto, a quei 390 mujaheddin tornati in forze alle milizie di Bin Laden. Ne sarebbero già stati catturati sei, nelle province vicine di Zhari e Panjwayi. Lo dice il ministro della Giustizia Qasim Hashimzai, determinato a braccare i fuggiaschi. Le forze della coalizione Isaf e le truppe regolari afghane collaborano nelle ricerche. I posti di blocco formano un cordone di sicurezza attorno alla città. Perquisiscono ogni auto o motocicletta che esca dal perimetro urbano. Nelle case, i rastrellamenti a tappeto cercano di stanare i galeotti tenuti nascosti da parenti o amici. Ma i prigionieri liberati sarebbero ormai lontani, "in una destinazione sicura", manda a dire, beffardo, il portavoce dei Taliban, Qari Mohammad Yousuf. Conferma a France Presse uno dei fuggitivi: "Ci sono venuti a prendere coi minibus. Ora siamo al sicuro". la rivendicazione dei guerriglieri ha chiarito a tutti la dinamica dell'operazione. Il linguaggio dei capi talebani è ormai quello dei generali Usa nei breefing con la stampa: "Abbiamo lanciato due veicoli contro il muro di cinta, tra cui un'auto-cisterna con 1800 chili di esplosivo. Poi i nostri mujaheddin in sella alle moto sono penetrati nella prigione". Infine la maxi-fuga e l'uccisione di 15 guardie con granate a razzo e fucili d'assalto. "Abbiamo pianificato l'attacco per mesi ed è uno dei nostri più grandi successi". Lo ha dovuto ammettere anche il generale dell'Isaf Carlos Branco: "L'operazione è stata un sucesso". Ma la beffa più amara l'hanno subita gli americani della missione Enduring Freedom: quei prigionieri, infatti, erano sotto la loro custodia, prima del trasferimento dei poteri alle autorità afghane. E il sospetto è che sia stata proprio una guardia afghana corrotta la "talpa" che ha reso possibile il blitz dei talebani nel carcere di Kandahar.
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore - 15 giugno 2008
Kandahar, i talebani assaltano il carcere
Il carcere di Kandahar, un penitenziario di massima sicurezza, una delle prigioni più importanti di tutto l'Afghanistan, era stato tirato su col fango. Così ha avuto gioco facile il camion-bomba dei talebani a scardinarne il portale, attorno alle 9.30 di ieri sera, le 19 in Italia, provocando la fuga di circa 1.150 detenuti. Tra gli evasi - hanno riferito due ufficiali in servizio - c'erano anche 400 pericolosi militanti talebani. «Sono tutti fuggiti. Non c'è più nessuno», ha raccontato sconsolato il presidente del Consiglio provinciale di Kandahar, Wali Karzai, fratello del presidente afghano Hamid Karzai.Si sarebbe trattato di un attacco suicida, secondo il ministro della Giustizia, Sarwar Danish. Stando alla sua ricostruzione, prima un miliziano alla guida di un furgone imbottito di esplosivo si è lanciato contro l'ingresso del penitenziario. Poi altri due kamikaze hanno fatto crollare i due muri di recinzione. Intanto una scarica di razzi copriva la fuga forsennata delle centinaia di galeotti, scappati nel volgere di una mezz'ora. «Tutte le guardie sono state uccise e sono rimaste sotto le macerie», ha raccontato per telefono alla Reuters il direttore Abdul Qadir, mentre la cornetta trasmetteva, in sottofondo, uno strepito di colpi di fucile.Un attacco in grande stile, subito rivendicato dal portavoce dei talebani Qari Yousef Ahmadi, che ha parlato di attentatori suicidi e di 30 insorti in motocicletta.Si è consumata così, in una notte qualunque del deserto afghano, questa piccola Caporetto della guerra globale al terrorismo. Proprio all'indomani delle promesse europee di maggior impegno militare in Afghanistan, ultimo desiderio di un Bush a fine mandato. E proprio quando la comunità internazionale decideva alla Conferenza di Parigi di stanziare 20 miliardi di dollari per la ricostruzione del Paese. Nessun commento sull'accaduto dall'Isaf, la missione Nato di stanza in Afghanistan: «Siamo a conoscenza dell'attacco, ma non abbiamo ulteriori dettagli».
Ilario Piagnerelli, Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2008